Buy less, choose well: Ecosostenibilità vs Fast Fashion

Ecosostenibilità é la parola chiave del XXI secolo, il traguardo da rincorrere e raggiungere al fine di  riuscire a salvare il nostro pianeta e, di conseguenza, anche il genere umano. 

I mas media divulgano ogni giorno centinaia, se non migliaia, di informazioni relative a questa complessa parola, ma la domanda da farsi, guardando i risultati prodotti, a mio parere, é: lo fanno nel modo giusto? 

Ovviamente, come sempre, generalizzare é sbagliato. Negli ultimi anni e dall’avvento di Fridays For Future, sono nate e migliorate, soprattutto su Twitter, Instagram e Facebook, molte pagine di costruttiva informazione, quindi mi riferisco unicamente a quella fetta, ancora, purtroppo, considerevole di tv, giornali, radio, e documentari, per le quali quantità non implica qualità.

Infatti ciò che viene riportato sul concetto di “necessaria ecosostenibilità”, si riduce, spesso, ad arrivare come un insieme di incomprensibili, se non addirittura  astratte parole, percepite come un  bombardamento, da un pubblico, che, troppo spesso quindi, si limita passivamente ad ascoltare o leggere senza però capire, nè interiorizzare i concetti spiegati.

Come possiamo porci l’ obiettivo di attuare cambiamenti radicali nelle nostre vite o, addirittura, di obbligare gli stati e le multinazionali a occuparsene concretamente, quanto velocemente, se non assimiliamo e comprendiamo prima i concetti che li richiedono? 

Per questo oggi credo sia doveroso parlarvi di ecosostenibilità partendo da molto prima che il termine “sostenibile” fosse pronunciato nel, relativamente vicino, 1987 nel  Rapporto Bundtland dalla Commissione Mondiale Per L’ Ambiente E Lo Sviluppo.

Oggi voglio partire dai come e dai  perché questa parola  sia diventata così necessaria. Questa storia inizia, infatti, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Oltre tutti gli orrori inflitti agli uomini da altri loro simili, colpevoli e manovratori della guerra, essa aveva ovviamente lasciato dietro di sé, una volta finita, immensa povertà e terrificante miseria. Per porre un freno alla spopolante disperazione, governi e poteri forti iniziarono ad interrogarsi sul come uscire fuori dalla crisi economica post guerra. 

Purtroppo, come quasi sempre, la soluzione, alla quale si affidarono, fu quella più sbagliata e segnò l’inizio della tragica crisi ecologica nella quale oggi viviamo. La teoria era quella dell’ analista Victor Lebow il quale é stato sostanzialmente l’ideatore e promotore di ciò che oggi é noto come “consumismo.” Lebow, nel 1955, rilasciò la sua celebre dichiarazione affermando:”La nostra economia estremamente produttiva ci chiede di elevare il consumismo al nostro stile di vita , di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore.”

Oggi frasi di questo tipo provocherebbero, nella  stragrande maggioranza di popolazione mondiale, sdegno o  totale rigetto. Come riuscirono allora, dal 1955 in poi, a farle entrare nelle case e nelle menti delle persone, senza neanche bussare e chiedere:”Permesso?!”. 

A spiegarcelo facilmente é la psicologia, di cui gli stati e le multinazionali si servirono. Gli strumenti che infatti usarono, tutt’oggi molto in voga, furono due: obsolescenza programmata ed obsolescenza percepita. 

Giustamente ora starete pensando:” Aridaje, pure questa con i paroloni sofisticati”. Ed invece no! Entrambe sono molto più semplici di ciò che sembra. La prima progetta e lavora a favore della discarica degli oggetti, ciò significa che si assicura di far comprare prodotti ideati per durare poco. Ad essere più precisi l’ obbiettivo é far rompere presto il prodotto, ma non tanto da far perdere fiducia in noi consumatori che, così, saremo indotti a comprarne un altro .

La seconda, invece, lavora ancor più subdolamente. Ci persuade, se non obbliga a buttare oggetti, utensili e soprattutto capi d’abbigliamento, al cambiare dei canoni estetici ritenuti più nuovi, quindi più belli, quindi indispensabili, per non farci sentire a disagio, indietro ed esclusi. 

Per questo, attraverso i molteplici incentivi governativi al comprare, il potentissimo mezzo quale é la pubblicità, usata dalle multinazionali, attraverso le mode annuali e la manipolazione psicologica, le persone si convinsero che la loro felicità dipendesse da quanto possedessero. Il risultato é che oggi una persona media consuma, compulsivamente, il doppio, se non il triplo, rispetto 50 anni fa, ma siamo davvero più felici? Ovviamente no! 

La smania del dovere possedere che ci fissa e ci fa sentire frustrati, sfigati o irrealizzati ogni volta che non la nutriamo con vestiti, telefoni, utensili, scarpe e borse nuove, che spesso neanche ci servono, é una condanna che vede non solo noi come vittime, ma anche il nostro pianeta e tutti i suoi abitanti. 

Ma perché risulta così insostenibile l’ infelice teoria economica di Lebow? 

Ci viene insegnato nelle scuole, spesso in età infantile, durante le ore di tecnologia, un sistema di produzione e smaltimento lineare, anche esso derivante dalla cultura consumistica portata avanti dagli anni 50’ e 60’. Ma come può funzionare un sistema lineare in un mondo limitato, le cui risorse sono destinate a finire? 

Il sistema lineare che abbiamo studiato e che é utilizzato da decenni prevede cinque stadi: estrazione, produzione, distribuzione, consumo e smaltimento. Ognuna di esse é assolutamente distruttiva per l’ambiente e per milioni di lavoratori schiavizzati dalle multinazionali e dalle aziende di fast fashion ( moda veloce), le quali spostano la loro produzione nelle parti più povere del mondo, consapevoli che, distruggendo le foreste e gli ecosistemi sulle quali basavano le loro economie, riducono milioni di persone a non avere altra scelta che timbrare un cartellino, per entrare in una fabbrica, dove lavorano con orari inumani, a contatto con materiali tossici, che le fanno ammalare di tumore, entro breve tempo, o le rendendo sterili.
Geniale quanto assolutamente sadico e insano come sistema, non trovate? 

In economia tutto questo serve per “esternalizzare i costi di produzione” che significa che per far pagare a noi consumatori un vestito, quanto un panino di McDonald, non vengono inseriti i costi reali di produzione. Stabilito ciò: chi li paga? 

Pagano gli ecosistemi distrutti dall’industrializzazione e produzione intensiva, pagano i braccianti e gli schiavi, che lavorano nelle fabbriche giornate intere per pochi euro, paga la terra che si riempie di rifiuti tossici non smaltibili, nè riciclabili e, prima o poi, sia che lo vorremo accettare o no,  pagheremo tutti noi un prezzo altissimo, se non ci decidiamo a dire:” Basta”. 

Come già accennato prima la fast fashion si fonda sulla produzione, a bassissimo costo e in tempi brevissimi , di abbigliamento, che spesso emula i modelli proposti dai brand di lusso ed alta moda, ovviamente con il fine ultimo di massimizzare i profitti. Cina, Bangladesh, India e Vietnam sono diventati i poli principali dell’ industria tessile dove persone, vittime del sistema, utilizzano fibre sintetiche,come nylon e poliestere,  per creare i vestiti che poi noi pagheremo dai 5 ai 15 eu , i quali ad ogni lavaggio perderanno microplastiche che contribuiranno ad inquinare suoli ed acque, che sono responsabili del 10% delle totali emissioni di carbonio (tanto quanto emette tutta  l’Unione Europea) e che finiranno nelle nostre spazzature entro i successivi 9 mesi, a causa della loro scarsa qualità.

Alla fast fashion oggi si contrappone, fortunatamente, la Slow fashion ( moda lenta = moda sostenibile).

Un innovativo e brillante esempio é quello di Nicola Lamberti, il quale ha creato degli slip made in Italy totalmente sostenibili e di alta qualità poiché privi di agenti chimici. Il motto da lui creato é infatti “Vogliamo salvare il pianeta? Partiamo dagli slip!” . Tanto semplice quanto efficace. 

Vediamo anche il brand Oof Wear, nato nel 2016, basato su una moda etica e sostenibile, che però non comprometta l’estetica dei capi. Oof utilizza,  sia per i propri capi, che per il packaging dei proprio prodotti, materiali ecosostenibili. 

Artknit Studio, nato nel 2019, con il proprio slogan “ Compra meno, compra meglio” incarna perfettamente la filosofia di vita verso cui dovremmo dirigerci. Questo brand progressista e di grande fascino, non manda direttamente in produzione le proprie collezioni, aspetta, infatti, le richieste dei clienti, per decidere il numero di capi da produrre, così da non incorrere a sprechi, utilizzando ovviamente materiali e filati naturali con il minor impatto possibile. 

Adidas, nel 2015, ha creato assieme al’ associazione ambientalista “ Parley For The Oceans” una linea di scarpe le cui fibre sono state ricavate e riciclate da klm di reti da pesca confiscate, che vessavano l’ ambiente marino giorno dopo giorno, mentre le restanti parti furono ricreate da rifiuti di plastica. 

Eva krouse, presidente e CEO della Global Fashion Agenda, sostenitrice della slow fashion, ha dichiarato apertamente che bisogna porsi obbiettivi più precisi, più organizzati e concreti, perché al momento il passaggio tra i due sistemi va ancora molto a rilento, cosa che non possiamo permetterci. Un considerevole incentivo dovrebbe arrivare dai nostri governi che dovrebbero preoccuparsi, ad esempio, di tassare l’acqua ed il carbonio emesso dalle aziende e scegliere linee politiche green. Tutto verissimo, ma, anche se sono i governi e parlamenti, ad avere il potere legislativo ed esecutivo, secondo me, ci siamo, per troppo tempo, dimenticati che i governi li scegliamo noi e abbiamo il potere di obbligarli a prendere delle posizioni.
Un governo senza consenso, cade, politici senza elettorato muoiono, le rivoluzioni hanno bisogno delle masse, e le masse oggi siamo tutti noi. Per questo é importante comprendere quanto stia accadendo e passare dall’essere ascoltatori passivi a persone conscie , attive, animate dalla voglia di cambiare i sistemi. Io credo che noi se vogliamo possiamo farcela e voi?