Giorgio Ciccone, Dans les rues

Potrei parlarvi di Giorgio Ciccone elencando i suoi successi nel campo della moda e come digital artist, un percorso che ha iniziato a soli quindici anni.
Potrei concentrami sulla collaborazione e reinvenzione nel 2019 della Chuck Taylor, scarpa iconica di Converse, o sull’enorme successo che sta riscuotendo con la creazione dei gioielli Dans Les Rues assieme a Martina Mancini. Ma non lo farò.

Ciò che invece vi dirò è che parlare con Giorgio é stata una rivelazione.
La scoperta di un’anima gentile che, pur rimanendo tale, è riuscita a farsi strada nel mondo.
Questo è il più grande traguardo che si possa raggiungere: non perdere la propria gentilezza, la propria spontaneità e non perdere se stessi mentre si tenta di raggiungere i propri obbiettivi e sogni.
Mi ha ricordato inoltre, e spero ricorderà anche a voi, che la sensibilità non è sintomo di debolezza ed il preservare la propria fantasia non è né ridicolo né infantile.
Queste due grandi, inesauribili risorse sono ciò che ci rende umani ed anche le uniche due armi che potranno aiutarci quando il cinismo del mondo tenterà di schiacciarci.
Sono proprio queste due qualità che, a mio modesto parere, hanno reso Giorgio l’artista di successo che è, e che continueranno a permettergli di sognare di poter raggiungere perfino la luna ogni volta che vorrà.

Digital creator, artista , regista. Tante sono state le classificazioni che ti sono state date. Eppure tu, spesso, ti sei definito semplicemente un creativo.

Il riuscire a creare, in qualsiasi ambito, implica l’avere una grande fantasia, dote troppo spesso collegata unicamente all’età dell’ infanzia.

Che rapporto hai, ad oggi, con la tua fantasia? Quanto pensi sia importante riuscire a conservarla anche una volta entrati nell’età adulta?

Devo ammettere di essere una persona che ha sempre viaggiato molto con la testa e, nonostante nella vita di tutti i giorni sia molto pratico e punti ad avere i piedi per terra, allo stesso tempo, so, che il mio modo di osservare il mondo è sempre influenzato dal mio lato fantasioso.

Questi due miei aspetti convivono e s’intersecano perfettamente, anche se contraddittori.

Ad esempio, sono solito, mentre sbrigo faccende della vita di tutti i giorni, andare a curiosare tra i miei vecchi giocattoli oppure guardare anime. E’ anche da queste abitudini che attingo molta ispirazione per le mie creazioni.

In generale, cerco di non soffermarmi mai alla superficie di ciò che guardo: anche il semplice star seduto ad un bar diventa, per me, un modo per osservare le persone e, attraverso i loro gesti, comportamenti e aspetti, cercare di immaginarmi la loro storia e il loro vissuto . La fantasia, appunto, non ha schemi o limiti. La si può usare in ogni contesto e situazione, basta voler andare oltre le cose sapendo usare, anche da adulti, gli occhi di quando si é stati bambini.

Un simbolo costante e ricorrente negli anni sembra essere per te la luna, come fosse stata a tratti una musa, in altri un’amica a cui rivolgersi ed in altri ancora, uno specchio della tua anima.

Cosa senti ti lega di più ad essa e come mai?

Fin da quando sono piccolo per me la luna è sempre stata un obbiettivo e raggiungere i miei obbiettivi, soprattutto quelli che sembrano irraggiungibili, è il mio scopo. Quando pensavo a dove sarei voluto arrivare da grande, ero solito guardarla perché per me rappresentava la cosa più irraggiungibile ma allo tesso tempo tangibile, dato che i nostri occhi riescono a vederla, e pensavo sempre: “Ecco, io devo arrivare lì.” Infatti, il primo lavoro dei miei sogni é stato il diventare un ingegnere aerospaziale. Nel corso degli anni, poi, la luna mi ha sempre accompagnato, anche perché mi reputo un animale notturno e amo, durante la notte, star seduto ad osservarla, magari con un po’ di musica e del vino. E’ il mio luogo sicuro e, per questo, ha assunto molti ruoli e volti nella mia vita: è stata una musa. In sintesi, è sicuramente il mio motore di creazione.

Mi dispiace che oggi questo simbolo sia fin troppo utilizzato. Per me rimarrà sempre qualcosa di diverso dal resto, qualcosa che sentirò eternamente e profondamente mio.

Con l’hashtag da te creato, #iraccotidellaluna, mi è sembrato che tu abbia voluto creare uno spazio

virtuale nel quale poter confessare le proprie fragilità o dove potersi raccontare. E’ corretta questa impressione?

Direi che hai centrato appieno il punto. Quando ho creato #iraccontidellaluna, è stato come dare un nome ad un nuovo capitolo, andando aldilà del termine ed utilizzo tecnico di instagram: volevo assumesse, per chi lo avesse letto, un connotato il più esemplificativo possibile. I racconti della luna sono, in pratica, una raccolta di elementi, che spaziano da scritti e scatti a delle mie creazioni, e che raccontano la parte più empatica ed emotiva della mia vita.

Pensi che in futuro creerai altri progetti, volti ad accogliere chi avrà un momento di difficoltà o semplicemente avrà bisogno di uno spazio dove poter parlare?

Ammetto che il mio sogno è quello che #iraccontidellaluna possa evolversi in futuro anche in un qualcosa di più, ma al momento preferisco non parlarne ancora.

Ciò che posso invece affermare è che voglio sperimentare ogni forma d’arte, per cui non escludo lavori nel campo cinematografico, né in quello musicale, ed anzi ammetto che ho già un progetto a cui sto lavorando da questa estate.

 Relativamente alla domanda specifica, mi sento di dire che spero tanto che le persone, nelle mie creazioni, possano ritrovarsi ma, se c’ è una cosa che ho capito è che la creatività non può tutto. Credo che il momento storico che stiamo vivendo ci abbia fatto capire che essere vicini al prossimo deve essere non solo qualcosa di simbolico ma di concreto.

Io sono sempre stato conscio che l’essere umano sia fragile e il mio lato empatico mi ha sempre permesso di arrivare alle difficoltà emotive che può attraversare l’animo umano.

Ciò che invece mi ha colpito, ed ho realmente compreso, é quanto le difficoltà siano tante ed enormi e non solo emotive. Perciò, sto cercando di muovermi nel concreto. Il mio desiderio sarebbe quello di mettere insieme una rete di sostegno per aiutare chi ne ha bisogno. Purtroppo é più facile a dirsi che a farsi ma ci sto lavorando.

Dal 2020 collabori con Dans les rues,come è iniziato il rapporto con questo marchio?

Nel mese di giugno, Martina Mancini, la fondatrice, mi ha contattato per iniziare una semplice collaborazione ed io, anche se di solito tendo ad essere molto restio nell’accettare collaborazioni velocemente , sono rimasto catturato da questa ragazza . Sentivo che avesse un qualcosa in più. Ho riconosciuto in lei una familiare voglia di realizzare i suoi sogni e, come per destino, le sue idee di sposavano a perfezione con molte delle mie. Perciò, invece di una normale collaborazione, abbiamo deciso di provare a disegnare qualcosa insieme e da lì é iniziata la nostra storia lavorativa vera e propria.

I colori, le forme a cuore ricorrenti e l’eccentricità dei gioielli Dans Les Rues mi hanno riportato

ad alcuni personaggi dei cartoni nei quali, io stessa, ero solita impersonificarmi quando ero bambina.

C’è stata realmente la volontà di richiamarli alla mente di chi osserva o sfoggia le tue creazioni ?

Mah.. Credo che questa associazione derivi da un processo naturale. Ciò da cui abbiamo attinto molta ispirazione sono stati i gioielli anni ‘80. Sicuramente però, anche il mio lato di cui parlavo prima, legato alla fantasia, ha giocato un forte ruolo. Infatti, il cartone al quale mi sento emotivamente più legato é “Sailor Moon” e la mia ispirazione per i gioielli nasce, in realtà, soprattutto da una spilla che avevo da piccolo che rappresentava una grossa pietra a forma di cuore.

Ovviamente, attraverso la scelta ricercata dei materiali, abbiamo fatto si che le nostre creazioni diventassero dei veri pezzi unici e preziosi. Probabilmente, è anche per questo che il nostro pubblico varia molto per fascia di età : i nostri gioielli attirano un pubblico tanto maturo quanto molto giovane.

Per molti l’immagine dell’adulto che guarda “Sailor Moon” o “Topolino” è segno di immaturità, o di vergogna, mentre tu nei fai un punto di forza.
Credi che i primi siano semplicemente troppo insicuri per rivelare il loro attaccamento a mondi immaginari, per la paura di poter essere giudicati, o siano piuttosto disillusi e delusi da un mondo che non fa più credere al lieto fine, e quindi tendono a rinnegare ciò che pensano sia inutile desiderare?

Non mi sono mai soffermato, in realtà, su questa questione, probabilmente perché l’ho sempre vissuto in maniera molto naturale.

C’é da dire che gli anime sono un mondo che, erroneamente, molti attribuiscono all’età infantile ma, in altri paesi come Cina e Giappone, guardarli é come guardare una qualsiasi altra serie tv. Pensando agli altri, credo sia dovuto a come siano cresciuti. Io, ad esempio, in quanto figlio unico, nonostante avessi dei genitori fantastici e super presenti, sono sempre stato portato ad utilizzare la mia fantasia ed i suoi personaggi come dei veri e propri compagni di gioco. L’ho sempre vissuto come qualcosa di spontaneo.

Dal tuo percorso professionale e creativo spicca la voglia di mostrare il proprio essere e la propria individualità, impresa al quanto complessa. Quanto ad oggi ritieni di riuscire a mostrarti agli altri per ciò che sei realmente? Quanto la sera, quando torni a casa e rimani solo, senti di poterti spogliare dal personaggio e tornare unicamente ad essere Giorgio?

Non ho mai avuto, in realtà, un doppio personaggio, un Giorgio che mostravo ed uno che invece tenevo per me. Sono sempre stato molto sincero su chi io fossi, sopratutto con me stesso, per poi poterlo essere con gli altri . Quando ero più piccolo, nonostante io non abbia mai lasciato che la società o il contesto in cui vivevo mi cambiassero , ho fatto attenzione nel tutelare e proteggere alcuni aspetti della mia persona. Oggi questo non avviene più. In generale, comunque, non sento di essermi mai dovuto spogliare la sera da un personaggio indossato durante il giorno. Mi reputo contento perché, nel bene e nel male, so di essere me stesso sinceramente ed apertamente.

Il periodo che stiamo vivendo, dall’ inizio del Covid, ha fortificato questo mio aspetto.

Il distacco dalla vita frenetica mi ha permesso di fare una sorta di pulizia ed ulteriore chiarezza su chi io sia.

Mi sono reso conto che prima, nella vita di tutti giorni, si tendeva a farsi trasportare dai mille impegni, eventi e comunque a cercare di mostrarsi sempre al meglio, tanto da poter far pensare agli altri di star indossando una maschera o che, peggio, ci si limitasse ad essere solo quello, anche non essendo affatto così.

Guardando il tuo seguito, possiamo affermare che Instagram abbia avuto un ruolo di rilievo nella tua quotidianità ed anche, probabilmente, nel tuo lavoro. Come definiresti il rapporto con questo social?

Il rapporto con Instagram lo definirei un odio e amore. É un mezzo di comunicazione molto potente e accessibile, che inevitabilmente, porta tutti a volersi esporre. Io per primo, mi rendo conto che, se mi succede qualcosa di bello, o di brutto, sento la voglia di comunicarlo alla mia community. Trovo anche , da sempre, molto confortante avere tante persone con cui poter parlare e scambiare pensieri. Proprio per questo io interagisco tantissimo con i miei

followers. Ovviamente però ci sono anche molti aspetti negativi, come l’invadenza , ed anche i mille pericoli, sopratutto per i più piccoli che utilizzano questo social. Perciò, mi farebbe piacere si sviluppasse una maggiore tutela dell’utente su tutti i social, non solo su Instagram.

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@giorgiociccone