Napoli ed il cinema attraverso gli occhi di Marco Chiappetta

Qualche settimana fa abbiamo passato alcune piacevoli ore in compagnia del giovane regista Marco Chiappetta.
Marco é nato e cresciuto a Napoli, dove si é laureato presso l’Università Federico II, in lingue moderne, ha poi deciso di continuare i suoi studi a Parigi presso l’ Universitè Paris Diderot.
Il suo percorso cinematografico è iniziato durante l’adolescenza, periodo nel quale ha cominciato a girare corti, molti dei quali hanno anche raggiunto una considerevole attenzione.
In seguito, ha iniziato a lavorare con Ferzan Ozpetek, regista illuminato, con il quale il rapporto professionale non si é mai più interrotto.
Ciò che mi ha colpito di questo artista è stata la naturalezza con la quale é riuscito a spiegare le proprie emozioni, il proprio percorso e la propria arte.
Nelle sue risposte mi ci sono ritrovata, e credo che non sarò l’unica. Marco è un’ispirazione, qualcosa di raro, di questi tempi, da trovare. Spesso, vediamo premiati, con successo, denaro e fama, la non preparazione e l’approssimazione. Questo ragazzo, testimonia, invece, che lo studio, la gavetta, il duro lavoro e la dedizione fanno ancora la differenza.
Il talento é un dono con il quale si nasce, ma che deve essere coltivato per poter fiorire.
Godetevi questa intensa fioritura dunque.

Hai iniziato a lavorare e sperimentare, nel mondo cinematografico, dall’età dei 17 anni, nel pieno di quello che, indiscutibilmente ed universalmente, è un periodo complesso: l’adolescenza.
Proprio per questo motivo vorrei far partire, questa immersione nel tuo mondo e nella tua arte, chiedendoti come è stata l’adolescenza di Marco Chiappetta?
Cosa diresti, avendone la possibilità, al te stesso sedicenne?

La mia adolescenza non é stata un tripudio di donne, feste e amori, come spesso invece è raccontata dai più.
A tutto questo, io preferivo il cinema, guardavo molti film sia al cinema che a casa con il videoregistratore, non ancora sostituito dai lettori dvd.
La fame di film, di storie, scoprire nuovi registi e i loro personaggi, faceva passare tutto in secondo piano, in quel tutto erano compresi anche la scuola e lo studio.
Non ero un alunno modello, anzi, si può dire che, durante il liceo, ebbi una sorta di rigetto nei confronti dell’istituzione scolastica.
É stato proprio in quegli anni, però, che la mia ossessione per il cinema mi ha portato alla produzione dei miei primi corti, seppur con mezzi arrangiati.
La mia adolescenza mi ha portato a capire, dunque, quale fosse la strada che avrei dovuto intraprendere nella mia vita.

Fin dall’inizio ti sei cimentato e diviso in molteplici campi e ruoli: regista, scrittore, attore e sceneggiatore. Credo, che tutte queste, però, siano sostanzialmente legate dallo stesso bisogno: raccontare, o raccontarsi.
È un bisogno che credi ti appartenga da sempre, o che hai sviluppato attraverso le esperienze succedutesi nel corso della tua vita?

Mi ha sempre interessato il riuscire ad esplorare e ampliare il mio lato fantasioso.
Fin da bambino, mi piaceva rifugiarmi nella fantasia, amavo, infatti, il raccontare storie e poterle ascoltare da altri.
Direi, che da grande, non sono poi così cambiato.
Io, nel mio piccolo, vorrei riuscire a raccontare la realtà e la vita attraverso la mia esperienza. Questa volontá nasce dalla convinzione che ogni persona é diversa dall’altra, in quanto abbiamo tutti un modo unico di approcciare al mondo, ciò implica che, anche se tutte le storie sono state giá raccontate, la variabile é il come lo si faccia. Ogni storia raccontata da un punto di vista diverso può assumere un
significato del tutto nuovo, capace di rendere cose di vita ordinaria, sempre innovative e interessanti. Questo aspetto, nel cinema, ho imparato essere fondamentale.
É tutto una questione di sguardi, raccontare il mondo e la vita attraverso la propria esperienza personale, sia che essa sia felice o drammatica, é il punto fondamentale, aiuta a coinvolgere chi osserva.

Hai riscosso negli anni molto successo con la produzione dei tuoi corti, che ti ha addirittura portato al Festival di Cannes con il tuo corto “Kindergarten”, trasmesso nella sezione Short Film Corner.
I tuoi lavori mi hanno immediatamente colpito per alcuni temi ricorrenti, nonostante le diverse sfumature e le diverse trame che caratterizzano ogni storia.
I tuoi lavori mettono una lente d’ingrandimento su perversioni, sentimenti e disturbi corpontamentali, del genere umano: senso di inadeguatezza, solitudine, incomprensione, ossessione, mania, frustrazione, vergogna e rabbia trasudano da ognuna di queste produzioni.
Ci spieghi la scelta di focalizzarti sul raccontare questi aspetti dell’ animo umano?

Credo che il cinema sia uno strumento molto potente. Uno degli aspetti che più mi appassiona é il poter cogliere la psicologia delle persone, i lati più nascosti e bui, tutte le contraddizioni dell’animo umano, il contrasto che vi é fra il mondo esterno, che é violento, assolutamente spietato e quello intimo, ovvero, quello dei propri sentimenti, degli affetti, della famiglia e di una casa.
Nei miei corti racconto tutto ciò, sia in maniera grottesca, sia malinconica, probabilmente perché questo sguardo sulla vita é un qualcosa che mi appartiene, che sento quindi mio, anche perché deriva dal cinema che mi piace, intimista, attento alle teste, alla pelle e ad i cuori dei personaggi.
La mia ambizione, ancora non soddisfatta, é il riuscire a portare lo spettatore dentro la testa dei miei personaggi, in modo da riuscire a trasformare il tutto in un momento di connessione e unione, rendendo, il semplice raccontare una storia, un’esperienza condivisa da chi osserva e da chi recita, attraverso la scoperta di una psicologia umana molto complessa.

Quanto è difficile mostrare l’essenza di questi tormenti attraverso una cinepresa?

Non so quanto sia difficile raccontare la psiche ed i tormenti umani attraverso il cinema, ciò che so, è che, per me, è il mezzo più congeniale per farlo.
Credo mi venga semplicemente più facile e naturale esprimere ciò che voglio attraverso immagini, rispetto che con le parole.
Chiaramente il cinema è l’arte più adatta sia per cogliere che per trasfigurare la realtà.
Ciò che ci appare tutti i giorni può celare altri significati e secondo me il dovere del cinema è quello di scavare oltre la superficie.
Da sempre questo è ciò che mi sono prefigurato di fare nel mio percorso.

Hai lavorato alla produzione di “Napoli Velata” e di “La Dea Fortuna” al fianco di Ferzan Ozpetek. Quanto e come ti ha influenzato la vicinanza con l’ illuminato e geniale regista?

Nella mia crescita personale, umana e professionale è stato fondamentale l’incontro con Ferzan Ozpetek, continuo, infatti, tutt’ora a lavorare al suo fianco ad una nuova serie tv che andrà in onda su Disney Plus: Le fate ignoranti.
Questo sodalizio, che dura e si rafforza da anni è stato indispensabile per me, perché mi ha permesso di imparare come si fa il cinema, come si dirigono gli attori, come si raccontano le emozioni e soprattutto quanto sia importante e necessario, per un regista, l’avere un’ urgenza ed un bisogno atavico di raccontare il proprio mondo.
La possibilità di lavorare con un maestro del suo calibro e di poterlo documentare con la mia cinepresa, riprendendo i dietro le quinte dei suoi set, per me è stata una vera e propria scuola.
Ho lavorato, inoltre, su diversi set, realizzando i backstage di diversi film di successo, molti dei quali della Warner Bros.

In “ Napoli Velata” è mostrata, in maniera cruda, marcata, quasi esagerata, l’anima e la cultura esoterica della città. Napoli senza quel velo di magia, che affascina e rapisce chiunque la scopra, non sarebbe ciò che è, questo è certo.
Il punto è: Napoli senza la lotta tra bene e male, che nell’esoterismo si trasforma in una battaglia tra magia nera e magia bianca, Napoli senza la superstizione, senza l’attaccamento al sangue, al culto dei morti, alle tradizioni tramandate come rituali propiziatori migliorerebbe o peggiorerebbe secondo il tuo parere?

Io penso che Napoli sia una città molto difficile da raccontare perché si rischia di scadere nel già visto e nei molteplici stereotipi che la riguardano, positivi e negativi che essi siano, partendo dalla cartolina con golfo e Vesuvio, per arrivare alla cronaca nera napoletana, abusata e marcata.
Sicuramente il film di Ferzan è stato interessante, poiché racconta una parte, non vista, di Napoli, quella più buia, oscura ed esoterica, attraverso gli occhi di un regista che napoletano non è.
Credo che per evitare di mostrare Napoli come un posto dove regna solo il bene o solo male, come molta tv e cinema tendono a fare da sempre, bisognerebbe evitare questa diatriba tra bianco e nero, ed anzi godere delle sue contraddizioni, quanto meno in forma artistica.
Se vivere a Napoli non sempre è facile, come in tutte le gradi città , sicuramente il racconto che si può ottenere su questa metropoli, che allo stesso tempo, spesso, sembra essere un grande villaggio, è quella di approfittare delle sue contraddizioni, le quali, se ci si riflette, non sono altro che quelle dell’umanità stessa. È mio pensiero, infatti, che in Napoli si riflettano i vizi e le virtù dell’essere umano: la capacità di essere contemporaneamente gretti e generosi, paradiso ed inferno.
Per ritornare alla tua domanda sicuramente a Napoli vi è tanta magia. Alcuni suoi punti, spesso neanche risaltati nel cinema, che hanno un che di favolistico, ancor più che esoterico, sembrano, appunto, uscire da un libro di fiabe. Non è un caso, credo, che uno dei più grandi scrittori di fiabe della storia sia stato Giambattista Basile, napoletano. Spero che più artisti, in futuro, riusciranno a raccontare la città attraverso l’ accettazione della sua realtà, fluttuante tra fiaba incantata e favola orrorifica e di trovare una magia ed una poesia.
L’attaccamento dei napoletani alla tradizione, al sangue, alla superstizione ed al folclore, tramandato nei secoli da generazione a generazione, è molto difficile da estirpare dalla cultura dei cittadini, come fosse una seconda pelle da strappare via.
Personalmente mi sento lontano da tutto questo, lo reputo una sorta di estremo narcisismo regionale, che gli abitanti usano come vanto, protezione o bandiera, mentre Napoli avrebbe ben altro da offrire, basti pensare al suo patrimonio immenso musicale ed artistico.
Questo attaccamento e il continuo rifugiarsi sempre nel passato napoletano e negli stereotipi, denuncia un’ incapacità di adeguarsi al mondo ed evolversi, che non vorrebbe dire non rispettare le proprie radici ma un’apertura al mondo. Napoli nella storia sia per mentalità che per posizione geografica ha avuto il vanto di essere una città molto aperta e progressista, negli ultimi 60 anni non facciamo invece che ribadire dei cliché, di commedia , di arte e sceneggiatura che, per quanto abbiano avuto un ruolo fondamentale, andrebbero superate. Tutto questo si riduce a renderci non cittadini del mondo, ma di una specie di bolla chiusa e limitata.

Tu Marco, nato e cresciuto in questa città colma di mistero, quanto credi nella magia? Esiste per te ?

Per me la magia esiste, ed è qualcosa di assolutamente raro. Il mio obbiettivo di tutti i giorni e proprio quello di cogliere e riconoscere la magia, per poter, attraverso essa, riuscire ad evadere dalla realtà.
La realtà ti colpisce con la sua violenza, quando meno te lo aspetti, come una macchina che sfreccia e disturba con la musica ad altissimo volume, un telegiornale che osserviamo impotenti tutti i giorni.
La violenza è ovunque e tormenta chiunque, la possibilità, dunque, di trovarsi un piccolo mondo felice , fatto di cose belle e serene è un atteggiamento che io continuo ad avere e sostenere da tutta la vita, agli occhi di alcuni mi può far apparire come un disadattato ma è un modo di sopravvivere in un’epoca in cui è difficile, soprattutto per chi vuole vivere di fantasia e magia, restare a galla.
Questa società che richiede a tutti noi sempre un atteggiamento performante, eccelso e che ci violenta da ogni punto di vista, uno dei nostri diritti e possibilità é quello di rifugiarci in un mondo magico.

Quest’anno hai girato il tuo primo film “Santa Lucia”, che, come tu stesso hai già dichiarato, vedrà sempre protagonista Napoli, la quale farà da sfondo alla storia di Roberto, anziano non vedente, di ritorno nella sua città nativa e del suo rapporto con il fratello Lorenzo, determinato e segnato da un passato intenso.
Come sarà la Napoli che ci mostrerai? Esalterai la sua parte più luminosa o, al contrario, quella più oscura?

Quest’anno, nonostante i mille ostacoli, dovuti alla pandemia sono riuscito a girare Santa Lucia le cui le riprese erano invece previste per l’ anno scorso, ma che sono state chiaramente
rimandate causa covid. Attualmente mi sto occupando della post produzione.
Il centro del film sarà sicuramente Napoli, mostrando però suoi luoghi inediti, con uno sguardo diverso da quello a cui siamo abituati. La mia sarà una Napoli crepuscolare, dove non ci sarà mai il sole, dove si
avverte sempre la minaccia di qualcosa, sia che essa sia un passato ingombrante o una presenza fantasmagorica, più vicina alla Napoli che ho sempre avvertito io: spettrale, malinconica, antica, decadente ma affascinante, la quale mi ha sempre suscitato emozioni agli antipodi della solita gioia solare che irradia alla maggior parte delle persone.
Roberto ritornerà a Napoli dopo 40 anni di esilio in Argentina. Essendo ormai cieco può soltanto rielaborare e riconoscere la città attraverso gli altri sensi. Ho cercato quindi di immedesimarmi in lui, nella vita di un cieco, che non può più osservare la sua città natia, ma unicamente ricordarla per come era. Ho provato ad evitare luoghi comuni, rendendo il tutto più evocativo e realistico.

Dalle tue parole apprendiamo che in “Santa Lucia” sarà dato un grande rilievo al tempo.
Che rapporto hai con lo scorrere del tempo? Ti fa più paura ricordare il passato, vivere il presente o immaginare il futuro?

Il mio approccio con il tempo credo sia molto controverso.
Ho una costante nostalgia per il passato, anche se quel passato non é stato così felice e romantico come, invece, appare nei miei ricordi. Nel presente é come se avessi un filtro che mi permette di romanzarlo e renderlo più bello, più gioioso.
Il passato è qualcosa in cui tendo a rifugiarmi, costituito dai miei ricordi, fatti da fotografie, che amo sfogliare e riscoprire, ma anche da musica del passato, dal cinema del passato, da luoghi che sanno di antico e che hanno alle spalle secoli di storia.
Nella mia vita di tutti i giorni, così come nel mio film e nei prossimi che voglio raccontare, il tema principale è, infatti, la memoria e il tempo, che, dal mio punto di vista, non ha tre dimensioni ma é un unico flusso, nel quale i tempi si fondono alle suggestioni, ai sogni e a dei ricordi sbagliati.
Chiaramente il futuro fra i tre é il più inquietante, sarei felice di conoscerlo anticipatamente unicamente se mi dicessero che andrà tutto meravigliosamente bene, cosa che difficilmente sarà.
Il mio rapporto con la vita é soprattutto, quindi, obbligatoriamente, con il presente. Ho una nostalgia costante per il passato, ma so che il presente é l’unico modo per poter vivere al massimo, consapevole che ciò che ci tormenta e che spesso non ci fa vivere bene il presente, é il dubbio di ciò che accadrà.

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